Data center, AI e fibra: oltre gli slogan, dentro l’infrastruttura digitale del futuro
La crescita dell’intelligenza artificiale sta accelerando lo sviluppo dei data center e riportando al centro del dibattito energia, acqua, territorio e sostenibilità. Ma la risposta non può essere un semplice “sì” o “no” ai data center. La vera sfida è progettare infrastrutture più efficienti, resilienti e connesse. E la fibra ottica ne è il sistema nervoso.
L’intelligenza artificiale non vive nel cloud. Vive nei data center e corre nella fibra.
Quando parliamo di intelligenza artificiale pensiamo soprattutto a modelli, algoritmi e capacità di calcolo.
Ma dietro quella che continuiamo a chiamare “nuvola” esiste un’infrastruttura estremamente fisica.
Server. GPU. Sistemi di storage. Impianti elettrici. Sistemi di raffreddamento. Reti. Cavi. Fibra ottica.
La crescita dell’AI sta aumentando rapidamente la capacità computazionale necessaria e, di conseguenza, sta trasformando dimensioni, densità e architetture dei data center.
L’Italia è direttamente coinvolta in questa trasformazione.
Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, tra il 2023 e il 2025 sono stati investiti nel nostro Paese 7,1 miliardi di euro nella costruzione e nell’allestimento di nuove infrastrutture; per il triennio 2026-2028 sono stati annunciati 83 nuovi progetti, per un valore potenziale di 25,4 miliardi.
Milano rappresenta oggi il principale polo italiano, con 414 MW IT installati, pari al 68% della potenza nominale nazionale, e potrebbe superare 1 GW entro il 2028.
Numeri che spiegano perché il tema sia entrato anche nel dibattito pubblico.
Dai data center ai “no-data center”: un dibattito che va riportato sui dati
Negli ultimi mesi sono nati anche in Lombardia comitati e movimenti contrari alla realizzazione di nuovi data center.
A Certosa di Pavia, ad esempio, un progetto previsto su un’area agricola ha portato alla costituzione di un comitato di cittadini, a una raccolta firme e a un confronto pubblico promosso anche dall’amministrazione comunale.
È un segnale da non ignorare.
Quando una nuova infrastruttura arriva su un territorio, domande su consumo di suolo, energia, acqua, rumore, paesaggio e impatto sulla rete elettrica sono legittime.
Ma proprio per questo il confronto dovrebbe essere costruito sui dati, evitando di considerare tutti i data center uguali. Non lo sono.
Tecnologia di raffreddamento, fonte energetica, efficienza dell’impianto, localizzazione, recupero del calore, utilizzo di aree brownfield o greenfield e architettura elettrica possono produrre differenze enormi nell’impatto complessivo di una struttura.
La questione, quindi, non dovrebbe essere semplicemente “data center sì o data center no”.
Dovrebbe essere: quale data center, costruito dove, con quali tecnologie e con quale livello di efficienza?
Sì, i data center consumano molta energia. Ed è proprio per questo che l’efficienza è diventata una priorità industriale
Negare il fabbisogno energetico dei data center sarebbe sbagliato.
L’International Energy Agency stima che nel 2024 abbiano utilizzato circa 415 TWh di elettricità, pari all’1,5% dei consumi elettrici mondiali. Entro il 2030 il consumo potrebbe raggiungere circa 945 TWh, con l’intelligenza artificiale come uno dei principali fattori di crescita.
Ma da questo dato deriva anche un’altra considerazione. L’energia è un costo industriale.
Ridurne il consumo non risponde quindi soltanto a un obiettivo ambientale: rappresenta una necessità economica e tecnologica per chi progetta e gestisce queste infrastrutture.
È proprio per questo che i data center più moderni stanno sperimentando e adottando soluzioni sempre più sofisticate per ridurre il Power Usage Effectiveness, ottimizzare il raffreddamento e aumentare la quota di energia proveniente da fonti rinnovabili.
Un esempio italiano è il Green Data Center BR4 di Elmec a Brunello, in provincia di Varese.
La struttura è stata realizzata recuperando un’area industriale precedentemente destinata allo stoccaggio di amianto e rifiuti oleosi, dispone di impianti fotovoltaici e dal 2021 utilizza energia rinnovabile sufficiente a coprire il 100% del proprio consumo elettrico annuale.
Elmec dichiara inoltre un PUE di 1,15, valore indicativo di un’elevata efficienza energetica dell’infrastruttura.
È questo il punto: parlare di “data center” come se fossero una categoria tecnologicamente uniforme significa perdere la parte più interessante della trasformazione in corso.
E l’acqua? Bisogna distinguere le tecnologie
Quello dell’acqua è probabilmente uno degli argomenti sui quali circola maggiore semplificazione.
Alcuni sistemi di raffreddamento utilizzano effettivamente quantità significative di acqua.
Nei sistemi con torri evaporative, una parte dell’acqua viene consumata attraverso evaporazione e una parte viene scaricata attraverso il cosiddetto blowdown, necessario a controllare la concentrazione di sali e minerali nel circuito.
Altre architetture funzionano invece in modo profondamente diverso.
I sistemi closed-loop possono far circolare continuamente lo stesso fluido all’interno di un circuito chiuso, riducendo drasticamente il fabbisogno di nuova acqua.
Microsoft, per esempio, ha introdotto una nuova generazione di data center con liquid cooling direct-to-chip che ricircola l’acqua in circuito chiuso e non richiede evaporazione per il raffreddamento durante il normale esercizio.
Anche in questo caso, quindi, non esiste una risposta unica.
La valutazione corretta deve considerare la tecnologia adottata, il contesto idrico locale, la temperatura dell’acqua eventualmente restituita all’ambiente e l’intero bilancio della struttura.
Il vero tema su cui discutere: dove costruire
Se esiste un punto sul quale la discussione critica intorno ai data center merita grande attenzione è probabilmente la localizzazione.
Il clima incide sul fabbisogno di raffreddamento.
La disponibilità di energia incide sulla sostenibilità e sulla fattibilità dell’impianto.
La prossimità alle dorsali in fibra incide su latenza, capacità e resilienza.
La disponibilità di aree industriali da rigenerare incide sul consumo di nuovo suolo.
Ma non si può nemmeno immaginare di concentrare tutta la capacità computazionale europea esclusivamente nelle regioni climaticamente più fredde.
I data center sono ormai infrastrutture strategiche.
Sovranità digitale, cybersecurity, continuità dei servizi, latenza e resilienza richiedono una capacità computazionale distribuita geograficamente.
Lo stesso Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano definisce queste infrastrutture un elemento fisico fondamentale della sovranità digitale europea e prevede nei prossimi anni una maggiore decentralizzazione territoriale.
Anche le nuove AI Gigafactories europee possono essere progettate su più siti geograficamente separati, purché operino come un’unica infrastruttura integrata. La Commissione europea richiede inoltre esplicitamente efficienza energetica, efficienza idrica e criteri di circolarità.
La sfida, quindi, non è spostare semplicemente i data center verso nord.
È individuare il luogo tecnologicamente, energeticamente e territorialmente più intelligente per ogni infrastruttura.
E se il data center andasse sotto terra?
Alcune delle soluzioni più interessanti stanno arrivando proprio dalla ricerca sulla localizzazione.
Nel giugno 2026 in Trentino è entrato in funzione Intacture, il primo data center europeo realizzato all’interno di una miniera ancora attiva.
Si trova in Val di Non, a circa 100 metri di profondità.
La temperatura naturale della roccia rimane intorno ai 12 °C e permette di utilizzare free cooling per circa il 75% dell’anno.
Secondo la Provincia autonoma di Trento, l’infrastruttura utilizza un circuito chiuso con zero consumo d’acqua per il raffreddamento ed energia proveniente al 100% da fonti rinnovabili, prevalentemente idroelettriche locali.
Non è soltanto una soluzione energetica.
Costruire all’interno di una struttura ipogea significa anche utilizzare in modo diverso il territorio e ottenere una protezione naturale dell’infrastruttura.
È un esempio interessante di come innovazione digitale, ingegneria e sostenibilità possano essere affrontate contemporaneamente.
Dal sottosuolo al mare: nuove geografie del computing
Anche l’ipotesi di collocare infrastrutture di calcolo sott’acqua non appartiene più soltanto alla fantascienza.
Microsoft ha sperimentato per diversi anni Project Natick, installando moduli data center sul fondale marino e dimostrando la fattibilità tecnica del concetto.
Le infrastrutture sommerse presentano evidentemente nuove complessità: manutenzione, corrosione, cablaggio, impatto sull’ecosistema e accessibilità devono essere valutati con estrema attenzione.
Ma il principio è interessante.
Utilizzare le caratteristiche fisiche dell’ambiente per ridurre il fabbisogno energetico destinato al raffreddamento e diminuire l’occupazione di suolo.
Probabilmente non esisterà un’unica architettura per il data center del futuro.
Esisteranno molte architetture diverse, progettate in funzione del territorio e del workload che devono sostenere.
La rivoluzione arriva anche dentro l’impianto elettrico: 800 VDC
La ricerca di efficienza non riguarda soltanto il cooling.
Sta cambiando anche il modo in cui l’energia viene distribuita all’interno dei data center.
Con l’aumento della densità dei rack destinati all’intelligenza artificiale, le tradizionali architetture elettriche iniziano infatti a mostrare limiti fisici.
NVIDIA sta guidando lo sviluppo di un ecosistema basato su 800 Volt in corrente continua, con l’obiettivo di supportare rack AI da 1 MW e oltre a partire dal 2027.
Il motivo è essenzialmente fisico.
Aumentando la tensione, la stessa potenza può essere trasportata con correnti inferiori.
Questo consente di ridurre le dimensioni dei conduttori e la quantità di rame necessaria.
Secondo NVIDIA, a parità di sezione un sistema 800 VDC può trasportare il 157% di potenza in più rispetto a una distribuzione trifase a 415 VAC. L’architettura utilizza inoltre tre conduttori invece dei quattro della distribuzione AC, riducendo ulteriormente rame, connettori, ingombri e costi di installazione.
C’è poi un secondo vantaggio.
Un’architettura DC nativa permette di eliminare diverse conversioni AC/DC lungo la catena di alimentazione, riducendo le perdite, il calore generato e il numero dei componenti.
NVIDIA osserva che nelle architetture tradizionali l’efficienza end-to-end può scendere sotto il 90%, mentre una distribuzione DC più diretta consente di semplificare il power train e integrare più facilmente anche sistemi di energy storage.
È un altro esempio di una trasformazione che si sta sviluppando molto al di sotto della superficie visibile dell’intelligenza artificiale.
E poi c’è la fibra
GPU sempre più potenti, sistemi di raffreddamento più efficienti e nuove architetture elettriche risolvono però soltanto una parte del problema.
Un’AI factory deve continuamente spostare enormi quantità di dati.
Tra GPU, sistemi di storage, cluster, data center, cloud e utenti.
La Commissione europea offre una misura molto concreta di questa necessità nelle specifiche pubblicate per le nuove AI Gigafactories.
La connettività prevista parte da circa 5-10 Tbps sin dal primo giorno con possibilità di crescita rapida.
I siti devono inoltre essere vicini alle principali dorsali in fibra, utilizzare più carrier e disporre di almeno tre percorsi in fibra separati, così che il guasto di un apparato o il taglio di un singolo cavo non possano interrompere il servizio.
È qui che la fibra smette definitivamente di essere percepita come semplice “connessione” e diventa una componente dell’architettura computazionale.
La rete è parte della performance del data center.
Ogni decibel conta
Quando la capacità aumenta e le architetture diventano mission-critical, anche la qualità di ogni singolo collegamento diventa determinante.
Una giunzione realizzata male, un connettore contaminato, una perdita ottica non rilevata, uno strumento non calibrato, una tratta non correttamente collaudata.
In infrastrutture di questo livello possono diventare punti di vulnerabilità.
Per questo installazione, giunzione, ispezione, misura, collaudo e manutenzione non sono attività accessorie.
Sono parte della progettazione della resilienza.
Una rete non è affidabile perché è stata progettata per esserlo.
È affidabile quando le sue prestazioni possono essere misurate, verificate e mantenute nel tempo.
Dal 1979 dentro l’infrastruttura che rende possibile il digitale
TECON opera nel settore delle telecomunicazioni dal 1979 e ha attraversato quasi mezzo secolo di evoluzione delle reti: dai primi sistemi di telecomunicazione alla fibra ottica, dalle reti FTTH al 5G, dall’Industrial Ethernet alle infrastrutture mission-critical e ai data center.
Oggi supportiamo operatori, installatori, system integrator, data center e grandi committenti attraverso tecnologie per posa, giunzione, ispezione, misura, collaudo e manutenzione delle reti in fibra ottica.
Ma una tecnologia avanzata non basta.
Servono competenze, formazione, assistenza e capacità di mantenere nel tempo le performance degli strumenti.
È il principio su cui abbiamo costruito anche TECON LAB, il nostro laboratorio specializzato per assistenza, riparazione e calibrazione degli strumenti per fibra ottica.
Perché l’evoluzione dei data center renderà le reti sempre più veloci, dense e critiche.
E più cresce la complessità, più cresce la necessità di precisione.
La questione non è essere pro o contro i data center
I data center saranno una delle infrastrutture strategiche dei prossimi decenni.
Serviranno per l’intelligenza artificiale, ma anche per la sanità digitale, l’industria, i servizi finanziari, la ricerca, la pubblica amministrazione, la mobilità, la cybersecurity e tutti i servizi che stanno trasformando l’economia.
Questo non significa che ogni progetto debba essere considerato automaticamente positivo.
Significa esattamente il contrario.
Dobbiamo diventare molto più esigenti sulla qualità dei progetti.
Dove vengono costruiti, quanta energia utilizzano, da quali fonti, quale sistema di raffreddamento adottano, quanta acqua consumano realmente, quanto suolo occupano, quali opportunità di recupero energetico offrono, quanto sono resilienti e attraverso quali reti sono collegati.
La tecnologia sta già offrendo risposte: free cooling, liquid cooling, circuiti chiusi, recupero di aree industriali, infrastrutture ipogee, nuovi sistemi di alimentazione a 800 VDC, energie rinnovabili, storage e reti ottiche sempre più performanti.
La sfida non è fermare l’infrastruttura digitale, ècostruirla meglio.
Perché il futuro dell’intelligenza artificiale non dipenderà soltanto dalla potenza dei suoi algoritmi.
Dipenderà dalla qualità dell’infrastruttura fisica che sapremo costruire sotto di essi.
E una parte fondamentale di quell’infrastruttura continuerà a correre nella fibra.